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You are here: HomeDocumenti e videoArticoli2020/05/07 Famiglia Cristiana "Onore, sete e sabbia: il diario di mio padre" La drammatica odissea di Bruno Bonzi

Associazione Zonderwater Block ex Pow

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2020/05/07 Famiglia Cristiana "Onore, sete e sabbia: il diario di mio padre" La drammatica odissea di Bruno Bonzi

 

"ONORE, SETE E SABBIA: IL DIARIO DI MIO PADRE"

Faenza - La drammatica odissea di Bruno Bonzi

Articolo pubblicato da Enzo Bonzi sul settimanale Famiglia Cristiana n. 27 del 05/07/2020

Enzo Bonzi figlio di Bruno Bonzi POW 36730

 

testo in PDF

FC 27 5.7.2020

clicca sull'immagine per aprire

*** 

Stesura originale del testo inviato a Famiglia Cristiana e rielaborato di propria iniziativa dalla Redazione:

La dichiarazione di guerra contro Francia e Gran Bretagna trovò mio Padre Bruno Bonzi (1910-1973) in Libia, dove era sbarcato nel settembre 1939 con la LXXI Legione Manfreda di Camicie Nere di Faenza. Figlio unico ed orfano di guerra, sarebbe stato dispensato dal servizio militare, ma il patrigno (un sottufficiale dei carabinieri che, ironia della sorte, aveva trascorso 16 mesi in Etiopia nelle prigioni del Negus dopo la sconfitta di Adua del 1896) di sua inziativa lo aveva iscritto alla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, mettendolo quindi nella condizione di volontario.
La Nonna paterna la sera del 10 giugno 1940 tornò a casa dal raduno in piazza quasi contenta per la dichiarazione di guerra, in quanto la propaganda prometteva un rimpatrio dei soldati vittorioso e a breve scadenza. Mia Madre invece, sposa per procura da pochi mesi, venne presa da grande tristezza.
Pur avendo una schiacciante superiorità numerica (150.000 contro 31.000 Inglesi, che da alcuni decenni esercitavano un dominio sull'Egitto), gli Italiani a causa di una sostanziale inferiorità di mezzi non riuscivano a procedere oltre 95 km ad Est del confine libico-egiziano in direzione di Alessandria. Oltre alla guerra delle armi, ne combattevano quotidianamente altre contro l'impetuoso ghibli che nelle tende li costringeva a mangiare con un panno sulla testa per impedire che la sabbia si mischiasse al rancio, contro la mancanza di cibo e medicine (l'urina del giorno prima serviva da collirio), contro i pidocchi, e soprattutto contro la sete. La razione giornaliera di acqua (desalinizzata e quindi di gusto sgradevole) in un clima che raggiunse la temperatura di 71° C ed era costantemente sopra i 50, venne man mano ridotta ad un quarto di litro pro capite. Per sopravvivere i soldati erano costretti a bere la propria urina.
Ai primi di dicembre dello stesso 1940 il generale Archibald Wavell scatenò l'Operazione Compass, che sorprese gli Italiani nella località di Sidi el Barrani e dopo 60 ore di cannoneggiamenti li costrinse a retrocedere, facendo decine di migliaia di prigionieri, condotti in pessime condizioni verso vari campi in prossimità del Nilo. Nessuna notizia di loro veniva data dalla Quarta Sponda ai familiari, che non potevano limitarsi a sperare che non fossero stati uccisi. Mia Madre potè incontrare l'Ordinario Militare mons. Angelo Bartolomasi, in visita a Faenza, che si adoperò attraverso l'Ufficio informazioni vaticano Inter arma caritas per riferire del marito e dei compagni di sventura. Erano vivi!
La fine dell'Operazione Compass nel gennaio 1941 coincise con lo sbarco in Libia delle truppe tedesche al comando del feldmaresciallo Erwin Rommel, che ribaltandone in un primo tempo i risultati avrebbe meritato il soprannome di volpe del deserto. La situazione restava fluida e gli Inglesi temevano che un colpo di mano liberasse e riarmasse i prigionieri italiani. Dove portarli?
Allo scoppio della guerra la Repubblica del Sud Africa, vincendo forti tensioni interne a favore delle forze dell'Asse, aveva votato col governo di Jan Smuts la cobelligerenza con la Gran Bretagna, e là si pensò di trasferire i sempre più numerosi Italiani catturati in Libia, Egitto e Corno d'Africa. Essi venivano imbarcati nei porti egiziani del Mar Rosso e dopo circa due settimane sbarcati a Durban, e di lì condotti a Pietermaritzburg, dove venivano denudati e disinfestati all'aperto con qualsiasi temperatura, mentre le povere divise ridotte a stracci erano lavate e riconsegnate bagnate.
La destinazione finale era Zonderwater, nel Transvaal oggi Gauteng, a 50 km da Pretoria, dove venne in breve tempo allestito un campo prima di tende, poi di baracche, destinato ad ospitare complessivamente 109.000 prigionieri per un massimo di 80.000 contemporaneamente. Dopo alcuni relazioni della Croce Rossa Internazionale sulle molte precarie condizioni degli ospiti, il secondo comandante, l'illuminato colonnello Prinsloo, fece costruire anche edifici in muratura, scuole per gli analfabeti, ospedali, teatri. Dopo l'8 settembre 1943 ai prigionieri venne data la possibilità di uscire dal reticolati per essere occupati come collaboratori in lavori stradali o nelle fattorie, condizione questa che garantiva vitto migliore ed una modesta paga, ma soprattutto una certa libertà. Mio Padre rifiutò questa soluzione, perché sapeva che ad ogni paio di braccia offerte ai Sudafricani sarebbe corrisposto un soldato in più contro gli Italiani.
La corrispondenza abbondantemente censurata e consegnata con ritardo anche dei sei-sette mesi costituiva l'unico debole legame con la famiglia, che i furiosi bombardamenti su Faenza del maggio 1944, i primi di 110, costrinsero allo sfollamento in campagna fino alla fine dell'anno. Per trovare un po' di cibo, mia Madre era disposta a percorrere anche 60 km in bicicletta, col rischio di essere mitragliata da aerei alleati.
Finalmente la fine della guerra, ma non il sospirato ritorno. I non collaboratori furono puniti con una liberazione ritardata, e mio Padre potè reimbarcarsi solo nel gennaio 1947, impiegando sei giorni da Napoli a casa, e viaggiando in un carro bestiame, perché il Governo italiano, che aveva chiesto al Sud Africa un lento rilascio dei prigionieri, vietava loro di salire sulle carrozze passeggeri. A casa trovò solo mia Madre: la nonna Anna era morta per infarto appena 57enne, come pure il patrigno.
Babbo parlò sempre poco della triste esperienza di prigioniero, che lo segnò per il resto della vita. Abilissimo nel forgiare il ferro battuto, dovette mortificare la sua creatività lavorando fino alla pensione ad una catena di montaggio. Per Lui però parla il Diario che durante quei sette lunghi anni prima scrisse sulle fascette dei barattoli di conserva e poi ricopiò su 222 fogli di quaderno. Dalla sua pubblicazione è nato il sito www.zonderwater.com e la omonima pagina su Facebook, che ha permesso a pochi superstiti di quel campo di prigionia ed a tanti figli di trovarsi e conoscere il passato dei propri padri. In Sud Africa ogni prima domenica di novembre la comunità italiana si ritrova là per una Messa e la commemorazione di un passato recente ma poco conosciuto, ed una preghiera davanti alle 252 tombe di Italiani che non fecero ritorno.

Enzo Bonzi

 

 

 

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